L’antieroe di Azorín a passeggio nella Mancia

di Mauro Massari – L’Edicola – 5 Maggio 2026


Azorín prepara la valigia come chi si rassegna a un vizio. Una stanza minuscola, i fogli bianchi sul tavolo, una donna anziana che lo guarda con un misto di pazienza e diffidenza: davvero bisogna partire ancora? E soprattutto: per andare dove? Alla domanda risponde con una semplicità fuori luogo: non lo so. È da lì che Sulle tracce di Don Ch is cio tte (Medhelan, traduzione di Claudia Marseguerra) prende slancio, e da lì, in fondo, non si allontana mai. Azorín parte per la Mancia sulle orme di Don Chisciotte, ma presto si capisce che il cavaliere non è un oggetto di ricerca. È una presenza che filtra ogni cosa, un riflesso che si sovrappone ai paesi, alle locande, alle pianure impassibili. La Spagna che emerge da queste pagine è ferma, immobile nella sua durata. C`è Argamasilla che cresce di poche centinaia di abitanti in tre secoli, le strade restano vuote, il tempo sembra depositarsi sulle cose come una polvere sottile. Il tempo non scorre più, si accumula, si addensa, diventa paesaggio, e chi lo attraversa finisce per respirarlo come un destino. Azorín osserva e registra, ma lo fa con una lente deformante, quasi ipnotica. Il paesaggio si ripete, le immagini ritornano, i dettagli minimi acquistano un rilievo sproporzionato. A poco a poco, senza dichiararlo, la sua voce si allarga: ciò che vede non gli appartiene più del tutto, come se ogni frase fosse già stata detta da altri prima di lui, come se quel viaggio avesse sempre avuto più di un testimone. La pianura della Mancia, con la sua monotonia, diventa allora una condizione mentale. I mulini a vento svestono i panni di «episodio celebre», diventando un ritmo, una presenza ossessiva che accompagna il viaggio come un chiodo fisso. È in questa insistenza che il libro trova la sua forza. Al netto di questo accade pochissimo, e proprio per questo ogni minima variazione diventa decisiva. Il cavaliere come sintomo Don Chisciotte si toglie il mantello del personaggio. Azorín lo trasforma in un sintomo: qualcosa che nasce da un clima, da una storia, da una forma di tensione accumulata nei luoghi e nelle vite. La lunga digressione su Argamasilla, con le sue epidemie, le fughe, le liti giudiziarie, risulta allora una specie di genealogia della follia. Il cavaliere errante appare come l`esito inevitabile di una pressione sotterranea, di un ambiente che produce, quasi per necessità, figure incapaci di adattarsi. In questo senso, il libro si allontana da Cervantes per avvicinarsi a una sensibilità novecentesca. L`ironia si ritira, lasciando spazio a una malinconia più densa. Azorín guarda Don Chisciotte come si guarda una possibilità perduta: quella di credere fino in fondo in qualcosa, anche a costo di sbagliare. E mentre attraversa paesi silenziosi e stanze spoglie, prende forma un`altra figura, più discreta ma altrettanto centrale. Quella del cronista. Un uomo che scrive per mestiere, che continua a riempire pagine, e che tuttavia avverte il peso di una ripetizione infinita. Un antieroe moderno dentro un mondo già finito. Riscoprire Azorín significa forse proprio questo: tornare a un autore che ha capito presto che il racconto del mondo passa anche attraverso la sua stanchezza. E che a volte il senso non si trova avanzando, ma restando, ostinatamente, dentro la stessa stanza.


Sulle tracce di Don Chisciotte

15,00 €

Apparso nel 1905 in occasione del terzo centenario del capolavoro di Cervantes, Sulle tracce di Don Chisciotte è il racconto dell’itinerario che Azorín seguì ripercorrendo le avventure dell’immortale hidalgo. Armato di valigia, di un piccolo revolver regalatogli dal direttore del suo giornale, José Ortega (padre del filosofo Ortega y Gasset) e accompagnato da due libri, matita, appunti e carta, lo scrittore partì una mattina in treno da Madrid per la sua prima destinazione: Argamasilla de Alba. Per quindici giorni visitò diverse città della Mancia, ne percorse le strade, parlò con chiunque poté e noleggiò un carro per i suoi viaggi, guidato da un ex pasticcere di Alcázar de San Juan. I quindici articoli che Azorín andrà pubblicando su «El Imparcial» – sottolinea Augusto Guarino nella prefazione – «in realtà, non aspirano a ripercorrere l’intero itinerario dell’anziano cavaliere errante, ma si concentrano su un gruppo ridotto di luoghi, attentamente selezionati, forse anche per le esigenze logistiche e di budget del viaggio. Si tratta di appena sette località scelte tra quelle esplicitamente citate nel Chisciotte o identificate dalla critica posteriore, circoscritte peraltro a un perimetro abbastanza limitato della Mancha: Argamasilla de Alba (quello appunto dell’edizione romantica del Quijote), Passo Lápice, le lagune di Ruidera, Campo de Criptana (dove ancora oggi sono presenti i mulini a vento), il Toboso dell’immaginaria Dulcinea, e infine i paesini medievali di Alcázar de San Juan e di Villanueva de los Infantes». Quello di Azorín assume non solo i contorni del confronto col personaggio di Don Chisciotte, «grande figura dolente che è il nostro simbolo e il nostro specchio», ma diventa anche il racconto di una Spagna ormai scomparsa: quella contadina d’inizio Novecento, ancora distante dal progresso cittadino, e quella ironica e al contempo tragica delle pagine di Cervantes.


Traduzione di Claudia Marseguerra
Prefazione di Augusto Guarino

Pagine: 150


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L’Edicola – Mauro Massari


 

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