Ripensando l’autobiografia di Althusser
di Celeste Costantino – Critica Marxista – 1 Dicembre 2025
Ho letto per la prima volta l`autobiografia di Louis Althusser nel 2002. Pur avendo studiato in maniera approfondita le sue opere più note, quelle considerate fondamentali nella prospettiva dell`elaborazione del pensiero marxista, fu L`avvenire dura a lungo a esercitare su di me una grande fascinazione, un interesse tale da porlo al centro dei miei studi. È lontana ormai da me quella fascinazione, quell`attrazione che da studentessa mi aveva così sedotta. È da questa distanza che oggi rileggo la riedizione di L`avvenire dura a lungo (seguito da I fatti, a cura di Olivier Corpet e Yann Moulier Boutang, con un saggio introduttivo di Alberto Leiss, Milano, Edizioni Medhelan, 2025, pp. 446), ed è proprio grazie a essa che da una parte ne colgo i limiti e le contraddizioni, ma dall`altra riconosco la necessità di riproporlo, l`importanza di collocarlo al centro di un nuovo dibattito, di rileggerlo alla luce di mutati scenari culturali, sociali, politici. Alla delusione provata nel non ritrovare nel testo la complessità di un pensiero politico che allora tutto trasformava, si è sostituita la consapevolezza di una mia maggiore capacità di analisi relativa ai fatti narrati. Ed è in questo scenario, così contemporaneo e così mutato, che si delineano le due domande che Alberto Leiss lascia un po` accovacciate sotto le sue parole: «In che misura ci si può chiedere quanto la vita di un autore coinvolga la sua opera? E da quale luogo parla chi scrive?» (pp. 12-13). Due domande che oggi rivelano tutta la loro urgenza, tutto il loro peso. Rispetto alla prima è Althusser stesso a scegliere di coinvolgere la sua vita all`interno dell`opera. Sua la scelta di raccontare il crimine che ha commesso, di ripercorrere tutte le fasi e i protagonisti della sua esistenza a partire da e intorno al femminicidio della moglie Hélène Rytman. Nel mio utilizzare il termine «femminicidio» al posto di «uxoricidio» – che è invece il termine utilizzato nel testo del 1990 – c`è il cuore della seconda domanda a cui anche lo stesso Alberto Leiss non può e non vuole sottrarsi. Rileggere L`avvenire dura a lungo non solo con le lenti del femminismo, ma con l`esperienza forte, documentata, purtroppo eccessivamente ricca dei centri antiviolenza ci mette davanti a un caso quasi da manuale, in cui la componente della psicosi e della malattia mentale non intacca e non sminuisce affatto il profilo del femminicida. Non sono interessata alla vicenda giudiziaria, poiché anch`essa è figlia del suo tempo, quanto lo sono invece alla dimensione culturale che emerge nel rileggere oggi queste pagine. È impressionante come appaiano contemporanee le argomentazioni che il filosofo fornisce allora, e come suonino familiari le giustificazioni che gli provengono dal contesto e dagli attori dell`epoca. Ad esempio, Lesèvre, quando sta per presentargli quella che poi sarà la sua futura moglie, nel descriverla dice: «vedrai anche Hélène, una carissima amica, un po` folle ma assolutamente straordinaria per il suo acume politico e per la generosità di cuore» (p. 154, corsivo mio). Nel definirla un po` folle mantiene lo stereotipo per cui tutto quello che non è convenzionale nel comportamento delle donne viene ricondotto alla categoria della follia, dell`isterismo. Non a caso il filosofo fa sua una convinzione, che non proviene solo dal suo analista ma che egli sostiene di ricevere da più parti, che lo porta a dire: «se ero malato, la colpa era di Hélène» (p. 165). Fra le pagine emerge il ritratto di una donna che passa dall`essere descritta come un essere disperatamente solo e da salvare, a donna forte, attiva, indomita: «Lei aveva un ruolo eroico eccezionale, un coraggio senza cedimenti e stupefacente per una piccola ebrea dal “naso giudeo” riconoscibile a cento passi, daí capelli ricci, che aveva saputo sventare ogni insidia: anche quando, andando in treno da Lione a Parigi, fu riconosciuta come ebrea, arrestata durante un controllo della Gestapo – e aveva addosso di che farla fucilare seduta stante – e si salvò soltanto grazie al suo sangue freddo, grazie al rispetto che, con la sua audacia, seppe ispirare a un ufficiale nazista il quale finì col mettersi a farfugliare al suo cospetto» (p. 168). Eppure, Althusser, così attento nel restituire con parole precise la potenza di questa donna, è lo stesso che anche dichiara: «le avevo preso la mano nella mia. Da quel momento sentii nascere in me un desiderio e un altruismo esaltanti: salvarla, aiutarla a vivere! Per tutta la nostra storia, sino alla fine, non mi sono mai discostato da quella missione suprema che continuò ad essere la mia ragione di vita fino all`ultimo istante» (p. 152). Fa abbastanza impressione leggere queste parole considerato che l`ultimo istante sarà lui stesso a determinarlo. Ma la contraddizione è apparente. In realtà tutto è perfettamente coerente al suo racconto. Il suo «dubbio di non essere veramente un uomo, capace di amare una donna e di aiutarla a vivere» (p. 212), ci dice tanto del suo ruolo, del suo posizionamento. Tant`è che arriva al punto di dichiarare che anche l`uccisione è frutto di questo aiuto: non è riuscito ad aiutarla a vivere ma l`ha aiutata a morire. Il punto di caduta, la richiesta di essere uccisa – che Althusser descrive come un vaneggiamento per quanto «anche le allucinazioni sono fatti» (p. 115) – va nella direzione totalmente opposta del racconto degli ultimi mesi della donna. Emerge cioè come non sia depressa o isolata, anzi, siamo di fronte alla descrizione di una donna nel pieno di una rinascita: ha un nuovo lavoro, una nuova militanza e il desiderio di liberarsi di una relazione opprimente. Hélène Rytman ha minacciato tante volte di lasciarlo e, quando finalmente ci sta riuscendo, viene uccisa. Althusser sembra quasi prendersi gioco di noi che leggiamo, perché confessa, ritratta e prova a manipolarci per tutto il tempo, anche quando usciamo fuori dalla vicenda criminale. Dichiara apertamente e a più riprese di essere un impostore, ed è proprio perché lo dichiara che noi lettori siamo portati a non credergli. Invece bisognerebbe prenderlo in parola. Bisogna credergli, ad esempio, quando ci fa sapere di non aver letto tutta l`opera di Marx e di aver comunque scritto due libri come Per Marx e Leggere Il Capitale. Non a caso, Alberto Leiss nella sua prefazione riprende le critiche al «marxismo immaginario». Del pensiero politico di Louis Althusser oggi, in questo esatto momento storico, posso dire che a me rimane soltanto L`ideologia e gli apparati ideologici di Stato: una lezione che ha molto a che fare con Gramsci e che vive ancora nella nostra contemporaneità.
L’avvenire dura a lungo
«Probabilmente ci si sorprenderà che io non mi rassegni al silenzio dopo l’atto commesso e il non luogo a procedere che l’ha sancito e di cui ho, secondo l’espressione corrente, beneficiato. Se però non avessi goduto di quel beneficio, sarei stato tenuto a presentarmi al processo. E se mi fossi dovuto presentare, sarei stato costretto a rispondere. Questo libro è la risposta che, in quel caso, avrei dovuto dare». Con queste parole che aprono L’avvenire dura a lungo, testo che aveva dattilografato in prima persona e accuratamente preservato, progettandone la pubblicazione in vita, Louis Althusser sottolinea la questione essenziale della sua autobiografia: sollevare la «pietra tombale del silenzio» deposta su di lui dopo l’assassinio di sua moglie nel novembre del 1980. Questo documento, unico nel suo genere, e di un’intensità tragica eccezionale, è seguito da un primo abbozzo autobiografico, I fatti, scritto nel 1976. Nelle pagine che ripercorrono la sua vita, fra filosofia e impegno politico, Althusser affronta il difficile rapporto con la madre e con le donne, i suoi tradimenti, le contraddizioni, senza nascondere nulla dell’abisso dell’anima. Come nota Alberto Leiss nella prefazione alla presente edizione: «questo libro è anche una testimonianza unica nel suo genere, che dice molto di un periodo storico straordinario: i primi anni ’60, il ’68, una stagione di invenzioni teoriche radicali, l’aprirsi di speranze rivoluzionarie, e poi gli opposti terrorismi, la reazione dei poteri statali, a Ovest e a Est, la disillusione profonda per l’esito catastrofico del tentativo di realizzare il socialismo e il comunismo in Unione Sovietica, e in tanti altri paesi. Althusser è un protagonista inquietante e geniale, che ha azzeccato il titolo della sua “confessione” (con tanto di riferimenti a Rousseau e S. Agostino): il suo avvenire sta durando a lungo. Continua a essere pubblicato e studiato, approvato o criticato: ma soprattutto per le sue teorie politico-filosofiche. Il “lato oscuro” della sua vicenda umana resta in un certo modo rimosso».
Traduzione di Francesco Bruno
Prefazione di Alberto Leiss
Pagine: 440
Recensioni:
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