A dieci passi dall’abisso

di Filippomaria Pontani – “Domenica” Il Sole 24 Ore – 9 Novembre 2025

«Trentadue anni, separata senza sapere perché, bruna, fragile, contraddittoria, timida, impaurita, a dieci passi dall`orlo dell`abisso»: Rea Frantzì, la protagonista de La linea dell`orizzonte, nel1971 soggiorna quindicenne nel collegio internazionale di Montana in Svizzera, nel 1974 segue con entusiasmo e poi con subitanea disillusione la caduta della Giunta dei colonnelli, nel 1982 si sposa, e oggi 1988, tre giorni dopo la fine del suo matrimonio, parte per Patmo, l`isola dell`Apocalisse, di 1-1ffiderlin e di Elitis, dove la musica si ferma a mezzanotte. Il romanzo ruota attorno alla prima (e unica) frase della lettera di chiarimento che da Palmo Rea vuole scrivere all`amica di sempre Ersi, già miss del quartiere ateniese di Kypseli dove entrambe sono cresciute, ora moglie di un giornalista con cui passa l`estate – of all places – a Santorini. Malavita di Rea offre flashback preziosi sui momenti salienti della metamorfosi della Grecia, dei Greci e del mondo nella seconda metà del Novecento. Patmo, infatti, è l`«isola greca invisibile», il luogo dove cercano rifugio gli «uomini del passato», gli sparuti che provano a sottrarsi alla dittatura del presente, che conservano memoria dell`imperatore Alessio Comneno che consentì l`erezione del monastero simile a una fortezza, dell`occupazione fascista del Dodecaneso, dei cinemi all`aperto dove si faceva la fila per entrare e il film iniziava che era ancora chiaro. È da Patmo e dalle sue spiagge che si dipanano due direttrici inestricabili. Quella più universale, con sguardo pasoliniano (Vakalòpulos, morto nel `93 a 37 anni, fu il migliore critico cinematografico della sua generazione), evoca l`antico contegno pacato e malinconico dei Greci d`antan, il loro «vergognarsi di tutto», il loro mondo piccolo ma autentico, quello del giovane che nel 1971 a Montana entra all`alba in camera di Rea, si siede sul suo letto, ha il coraggio di guardarla sì e no una volta, ed esce senza dire una parola – qualsiasi parola avrebbe sciupato, banalizzato il momento, e l`intensità di quell`atto mancato segna la vita di Rea molto più della “romantica” e vieta proposta di matrimonio in Piazza San Marco a Venezia undici anni dopo. Quell`universo modesto è vittima sacrificale della televisione, giunta a casa di Rea nel fatidico agosto 1968: i villaggi e i quartieri che prima erano il centro di tutto, a un tratto relegati a perenne e remota periferia di un mondo unico e mutante – il calcio inglese, le statistiche economiche, il villaggio globale «che è capace solo di raccontare menzogne a se stesso». Ecco la “vita vera” agognata da Rea e dalle sue amiche adolescenti: non più il segno della croce, l`asfittica dimensione familiare, la dittatura e le corriere scalcinate, ma gli autobus lindi e pinti, il fumo senza remore, il sesso con chi vuoi, i viaggi, i matrimoni e i divorzi a volontà… Un paradigma dinanzi al quale la Grecia arranca, restando inesorabilmente indietro: un paradigma di vite tutte uguali nella loro pretesa unicità, in cui tutti vogliono piacere per un attimo che tra un attimo sarà identico al precedente, un paradigma di immagini che piovono da ogni parte in ogni istante, un rumore di fondo che ha preteso maldestramente di spacciarsi per musica, mentre è una sola la musica che ognuno di noi cerca. La musica autentica – questo è il Leitmotiv del libro -, quella «illecita, tribolata, capace di guardare negli occhi il dolore», è scomparsa con gli anonimi suonatori itineranti dei villaggi che, con gli occhi bassi e nessun protagonismo, recavano dentro di sé e sui propri volti la realtà della pena che cantavano: oggi la «musica falsamente dolente e fotogenica» è merce farlocca, quella che ha messo in ginocchio l`isola di Rodi, quella peste che affligge la società dell`«isolamento acustico» (ichomònosi). Nell`autoanalisi di Rea, Vakalòpulos individua con nettezza i responsabili di questa metamorfosi nei nuovi Crociati, nelle armate di uomini biondi che invadono ogni angolo del Paese insaziabili di stupide foto, di visite guidate che lasciano tutti uguali a prima, ansiosi di esorcizzare il dolore umano ottimizzando il tempo della vacanza, del relax a comando. Come già nel più importante romanzo della prima metà del `900 (Argò di Yorgos Theotokàs), anche qui il momentochiave è il tradimento della Quarta Crociata nel1204, quando per mano dei Biondi crolla la dinastia dei Comneni, e i Latini razziano i tesori di Costantinopoli eli portano in Occidente (anche i Cavalli di Piazza San Marco, sfondo della proposta di matrimonio fatta a Rea): è lì che i Greci diventano «i fili sdruciti dell`utopia», un piccolo ostacolo nella strada trionfale che porta alla pubblicità e alle navi da crociera. È questo imperialismo sfrenato e senz`armi che subentra alla dittatura nel 1974, è Goffredo di Villehardouin che abbatte i vecchi cinemi di Kypseli, che porta il calcio inglese a reti unificate, consacra l`abbronzatura d`ordinanza e silenzia il respiro delle rovine. E l`ultima opportunità di “salvarsi” la Grecia la perde nel 1453 con la resa di Costantino XI Paleologo ai Turchi, quando la fuga di Platone, di Gemisto Pletone, dei dotti e dei libri in Occidente (già celebrata nel poema nazionale di Kostís Palamàs, il Dodecalogo dello zingaro del 1907), suggella per sempre l’arretratezza” del Paese, e ne mortifica la memoria. Non c`è più musica, in Grecia (e altrove?). Le ragioni di un capolavoro stanno nel fatto che queste pagine scritte in uno stile franto e sperimentale pieno di ritorni e riavvolgimenti e ripetizioni memori di Omero e dei sinassari – sono state vergate ben prima di Netflix, di Easyjet, di Spotify, dei social, dei like, degli hikiko mori, dell`umiliazione della Grecia negli anni 2000, della fase terminale della speculazione edilizia e dell`overtourism, del cozzo di imperialismi ormai ingovernabili, dell`ossessione dell`originalità mentre tutto ti rende «disperatamente uguale a tutti gli altri», del dilagare inesorabile della menzogna in ogni angolo della nostra vita.


La linea dell’orizzonte

16,00 €

Bruna, trentadue anni, vestita leggera, Rea Franzì è la protagonista della Linea dell’orizzonte, romanzo e insieme riflessione profetica sulla perdita delle identità. Quelle degli individui prigionieri dell’eterno presente, e quella dei luoghi, come le isole greche invase d’estate da orde di «gente bionda». Ambientato a Patmos, icona della lotta al turismo di massa, dove a mezzanotte «la musica finisce» è la storia di una fuga e di una ricerca. Pasoliniano e nostalgico, sognante e luminoso, il romanzo di Vakalopoulos racconta a nuove e vecchie generazioni il dramma dell’omologazione e della disgregazione sociale. Lo fa con una prosa folgorante, quasi la sceneggiatura di un film, inseguendo Rea fra le spiagge dell’isola dell’Apocalisse. Petros Markaris la definisce nella sua prefazione alla presente edizione «un’opera profetica, che prevede dove sarebbe andata a finire la Grecia nel primo quarto del XXI secolo». Quello di Vakalopoulos, infatti, non è solo un romanzo, ma una guida alla ricerca di un’immagine, un nuovo inizio, un ritorno a se stessi e alle proprie radici. Fra chiesette incastonate sul ciglio di una scogliera, evocazioni dell’imperatore Alessio Comneno, difensore dell’eternità contro i Franchi avidi di presente autori del sacco di  Costantinopoli durante la Quarta Crociata, spiagge frequentate da «uomini di altre epoche, passate e future» e altre invase da turisti che non sanno dove si trovano, ma seguono la corrente, Vakalopoulos aiuta il lettore scoprire che la vera fuga è un ritorno. Un ritorno ai ritmi del villaggio, alla comunità, all’autentica musica che sgorga dall’anima del popolo, alla dimensione dello spirito che la Linea dell’orizzonte, quella che unisce l’azzurro del cielo al blu dell’Egeo, lascia intravvedere quale risposta di verità e libertà.


Prefazione di Petros Markaris
Traduzione e postfazione di Francesco Colafemmina

Pagine: 160


Recensioni:

Il Sole 24 Ore – Filippomaria Pontani

Toscana Oggi – Simone Innocenti

Mow Magazine – Riccardo Canaletti

Pulplibri – Elio Grasso

L’Edicola – Mauro Massari


 

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