Un tempo immobile – La libertà come assioma
di Paola Ferretti e Giulia Baselica – L’Indice dei libri del mese
di Paola Ferretti
Quando, nel 1933, riavvolge il nastro della sua storia d`amore con Lika (nome che abbrevia quello di Glikerija), Ivan Bunin si è lasciato ormai alle spalle da tre lustri la Russia sovietica e sta per ricevere il Nobel per la letteratura, primo tra gli scrittori del suo paese. L`esercizio di memoria è struggimento per i propri vent`anni, rimpianto per quella patria “oscura”, antica, percorsa in lungo e in largo per buona parte della narrazione, ma soprattutto rievocazione del sorgere della propria fisionomia di romanziere. Così Lika, ultimo lembo dell`esteso corpus narrativo di stampo autobiografico intitolato Vita di Arsen`ev (ma anche prosa godibilissima a sé) acquista le movenze di un travelogue e ingloba i passi del taccuino di allora: il suo irrequieto protagonista fluttua lungo città e spazi naturali saturi di una meteorologia emozionale, intinti delle cromie dell`anima; si sposta a cavallo, a piedi o su un tiro a due, ma di preferenza in treno, saltando da una carrozza all`altra, perfino su vagoni merci, fermandosi in stazioncine sperdute, lasciandosi avvolgere dalla “cupa, malvagia grandezza” pietroburghese o dalrenorme, popolosa, vecchia Mosca”, sulle tracce dello spirito russo nascosto nelle taverne “che odorano di blinyn , nei campi arati, nelle steppe d`oro, nei monasteri. Di volta in volta “osservatore malmostoso” investito dal gelo e da una inalterabile solitudine, o spettatore inebriato dalla malia delle notti estive meridionali – quando viaggia contro cieli smaltati di afa, per le “province dimenticate della piccola Russia” – Arsen`ev compie anche un itinerario a ritroso tra le pagine dei classici russi dell`Ottocento: se il nome di Ivan Turgenev si affaccia già nel primo capitolo, ogni occasione è buona per citare Nikolaj Gogol`, tanto cruciale da costringere i personaggi principali a mettersi sulle sue orme, lungo la strada che porta a Mirgorod; a Lev Tolstoj si rende addirittura visita di persona e le descrizioni di natura di Fet sono viste come un modello ineguagliabile, mentre non viene celata la schietta invidia che il talento di Anton Cechov genera nell`aspirante scrittore alter ego dell`autore. Perché nei trentuno rapinosi capitoletti del libro (trasposti per la prima volta in italiano da Andrea Tarabbia in una lingua ricercata ma partecipe in ogni suo rigo) a segnare la rotta, dando un senso coerente ai vagabondaggi del protagonista, c`è un unico movente, che presiede a ogni frammento di vita vissuta rievocata, e governa perfino la storia amorosa: l`ossessione di diventare romanziere, piegando il mondo a pretesto per “intingere il pennino”. Traducendo in parole ciò che “i sensi in festa” gli dettano, senza tralasciare alcuna minuzia, in una vita “da ragno”, in allerta a ogni infinitesimale moto dell`aria, o nella morsa dell`angoscia che ogni giornata non dedicata a quest`arte sia “sprecata”. Tra autocompiacimento per il proprio “intuito di scrittore” e sdegno per l`incomprensione altrui. Del tutto incidentale, inquadrato quasi senza volerlo, il declino di un`intera classe di proprietari terrieri russi, la progressiva perdita di privilegi, benessere, decoro: una rovina di cui si può raccontare non per farne un tema da prosatore realista ma solo “per esprimerne la natura poetica”. Allora anche la storia sentimentale interseca questa ossessione (non per nulla le riflessioni sulla scrittura si addensano maggiormente nell`intermezzo narrativo che vede i due giovani separati), e se l`amata non comprende che ogni più spregiudicata libertà, nei confini della loro relazione, è dovuta a lui perché possa farne uso letterario, ma non concessa a lei – visto peraltro che “le donne leggono per chiarirsi a se stesse”, dunque come forma di conoscenza vicaria di esperienze mancate – può ben essere abbandonata senza remore alla sua sorte di personaggio letterario infelice (da notare che il prototipo reale di Lika, ovvero Varvara Page`enko, con cui il poco più che ventenne Bunin, a partire dal 1892, aveva intrattenuto un legame amoroso durato due anni, ben lungi dal lasciarsi morire di consunzione, come nelle pagine finali del libro, vivrà invece una vita lunga e prospera). La linea che divide reminiscenza tout court e pseudoautobiografia è peraltro netta, in Bunin, autore di un volume di Memorie vere e proprie, uscite a Parigi nel 1950 (che includono, sia detto per inciso, un ritrat- to di Vladimir Majakovskij non propriamente benevolo). Domina nel romanzo l`idea di un tempo immobile, cristallizzato dal rimpianto in una limpida ampolla, o sfilacciato in volute cicliche: è sufficiente mettersi in ascolto dello stesso schioccare di rami contro il ve- tro e gli strati mnemonici sì sovrappongono, il protagonista scivola tra i decenni (anche altrove nel testo l`azione del ricordare diventa tema del dialogo, parte dell`intreccio). Il passato è uno spazio fisico, da premere con il piede, come in una delle quattordici poesie a corredo dell`opera in prosa che, tradotte da Alessandro Niero, sfolgorano di una luce diafana, bronzea, a tratti sopravanzando l`originale: è quello che accade nella gara di perfezione ingaggiata con il sonetto intitolato Sera.
di Giulia Baselica
“Per noi scrittori, soprattutto, la libertà è un dogma e un assioma” dichiarava Ivan Bunin il 10 dicembre 1933 nel breve discorso pronunciato in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura, dopo aver ricordato all’uditorio che la civiltà è figlia della libertà di pensiero e di coscienza. Oppositore del governo bolscevico, nel 1920 era emigrato in Francia, dove avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni. Da quel momento il vivido ricordo della sua terra non Io abbandonò più, sovrapponendosi a ogni nuova esperienza: il paesaggio notturno illuminato dalla luna, che lo scrittore guardava pensoso dal finestrino del treno diretto a Stoccolma – la nera uniformità della pianura interrotta da chiazze di neve e gli alberi innevati – gli ricordava la Russia. Bunin era nato nel 1870 in una famiglia di antica nobiltà terriera e, ancora studente all’università di Mosca, aveva esordito come poeta, per poi affermarsi come prosatore, inizialmente accogliendo l’eredità letteraria dei grandi scrittori realisti russi Cechov (al quale dedicò alcuni scritti critici), Tolstoj, Turgenev e Godearov – e raffigurando, in particolare nel cupo romanzo Il villaggio, la Russia rurale, la decadenza morale di una civiltà afflitta dalla povertà e dall’ignoranza. I viaggi compiuti nel Mediterraneo e nei paesi tropicali negli anni precedenti la Prima guerra mondiale gli ispirarono il contesto narrativo di numerosi racconti. Fra questi il suo indiscusso capolavoro, Il signore di San Francisco, che negli anni Venti lo studioso russo emigrato in Inghilterra Svjatopolk Mirskij definì “a thing of beauty”. Per il carattere e i temi trattati le opere pubblicate nell’emigrazione si distinguono dalla produzione precedente: l’analisi sociale cede alla meditazione e il rappor- to eros-thanatos sottende svariate narrazioni, talvolta lontane nel tempo, come il racconto Colpo di sole, del 1925, o il ciclo di racconti Viali oscuri, pubblicati nel 1943. Il suo romanzo più importante uscì nel 1952, un anno prima della sua scomparsa: La vita di Arsenev è un’opera autobiografica, una sorta di impressionistico autoritratto, affidato alla contemplazione estetica e all’elaborazione fantasiosa di ricordi dell’infanzia e di esperienze di vita, di riflessioni e di nostalgiche evocazioni del passato. Nel periodo dell’emigrazione Bunin dette alle stampe anche scritti pubblicistici, Giorni maledetti, editi nel 1925, nei quali condannava la Rivoluzione e criticava la letteratura di cui era espressione. A Capri, dove soggiornò più volte tra il 1904 e il 1913, compose alcuni racconti: tra i suoi migliori, quelli dove la campagna russa e la civiltà a essa legata danno luogo a una rappresentazione complessa, nella quale il realismo, non di rado impietoso, si fonde all`affiato nostalgico e rinuncia al giudizio morale. Li scrisse in Italia, il luogo che gli era “entrato nel cuore”, confessò in una lettera dell’agosto del 1909 indirizzata a Maksim Gor’kij, evocando il suo primo soggiorno caprese, di pochi mesi prima. Forse anche lui, come Nikolaj Gogol `, che a Roma aveva trascorso lunghi periodi e aveva scritto capolavori, guardava la Russia da una “meravigliosa, bella lontananza”.
Lika
Quinta e ultima parte de La Vita Di Arsen’ev, Lika fu pubblicato da Bunin autonomamente nel 1939, con un titolo che non rinvia in maniera diretta al grande romanzo dai forti toni autobiografici del primo Premio Nobel russo. In Lika il tema è quello dell’amore irregolare e tormentato, ambientato nelle atmosfere crepuscolari della Russia di fine Ottocento, fra Arsen’ev alle prese con i germogli della sua esperienza letteraria e la fascinosa e irrequieta Lika. La vicenda è ispirata alla tormentata relazione giovanile con Varvara Pashchenko, conosciuta da Bunin quando era vicedirettore di un giornale di provincia. Il dato biografico viene, tuttavia, sublimato, nella strenua ricerca dello stile, nell’evocazione di atmosfere, immagini, suoni, paesaggi. Bunin, esule a Grasse, in Costa Azzurra, trasferisce nella prosa la sua vocazione poetica, l’identità aristocratica smarrita nella realtà dell’esilio e ancor prima della decadenza familiare. Così, tutto in Lika è incanto, sublimazione estetica ma, soprattutto, meditazione esistenziale. Andrea Tarabbia, traduttore di questa prima edizione italiana, nota: «la vita di Bunin fu un succedersi di crolli, di mondi che muoiono. Ecco, poiché tutto è transeunte, poiché tutto può essere spazzato via in un soffio, tutto va osservato a lungo e fissato per sempre sulla pagina». La presente edizione è arricchita da una selezione di poesie, tradotte da Alessandro Niero, con testo russo a fronte che rendono ragione della famosa affermazione di Bunin: «io prima di tutto sono un poeta. Un poeta! E solo dopo un prosatore…».
Traduzione e prefazione di Andrea Tarabbia
Seguito da Quattordici Poesie tradotte da Alessandro Niero
Pagine: 224
Recensioni:
L’Indice – Paola Ferretti – Giulia Baselica
