Perse e il canto della terra infinita
di Alessandro Rivali – Avvenire – 29 Maggio 2026
Grande, grandissimo, e così inafferrabile. È il destino critico in Italia per il poeta Saint-John Perse (al secolo Alexis Léger, Pointe-à-Pitre, 31 maggio 1887 – Hyères, 20 settembre 1975): lo scrittore che stregò Eliot, Rilke, McLeish, Hofmannsthal o Ungaretti; che vinse il Nobel del 1960 «per il volo vertiginoso, e le immagini evocative della sua poesia che riflette in modo visionario la condizione del nostro tempo». E che nella sua brillantissima carriera diplomatica, per anni a fianco di Aristide Briand, arrivò a sfidare a muso duro Hitler a Monaco nel 1938 (scontro che avrebbe squassato la vita del poeta costringendolo all’esilio negli Stati Uniti). Per un destino curioso la poesia di Saint-John Perse è un’isola lussureggiante, ma misteriosa, come l’isola di Guadalupa in cui nacque e che sempre alimentò la sua fantasia. In fondo si comprende la difficoltà di approdare a Perse. Si cimenta in poemi (come Piogge, Segnali di mare o Uccelli) che guardano incantati il mondo della natura. Usa lasse inusuali che ricordano i versetti biblici. Ama le elencazioni e gli accumuli (da qui il respiro epico della sua poesia), gli accostamenti arditi, le parole desuete come quelle tecniche. Perché il mondo è complesso, e per raccontarlo bisogna essere accurati. Le mot juste, la parola giusta, come insegnava Flaubert. E proprio sulle pagine di “Avvenire” (15 gennaio 2020) Cesare Cavalleri difese l`«inaccessibilità di Perse»: «Il più grande poeta del ‘900, Saint-John Perse ha fama di essere difficile, oscuro, perché usa vocaboli attinti dalle classificazioni botaniche o zoologiche, e da linguaggi caraibici. Poeta difficile, oscuro? Ma egli stesso disse che se un vocabolo non si trovava nel Petit Larousse (noi diremmo “nella Garzantina”), non lo usava, e qui viene a proposito ricordare che una funzione (non la principale, ma comunque importante) della poesia è appunto di accrescere la familiarità dei lettori con i dizionari». Per fortuna negli ultimi anni qualcosa è cambiato nel trend critico su Perse. Sono usciti i magnifici Poemi provenzali (a cura di Giorgio Cittadini e Joëlle Gardes, Crocetti 2016), L’ossessione celeste. Lettere, memorie, discorsi (a cura di Laura Madella, Medusa 2021), una nuova traduzione di Anabasi (a cura di Giorgio Cittadini, Crocetti 2022) e di Amers, il capolavoro di Perse, che Nicola Muschitiello ha proposto con il titolo Segni d’amaro approdo per le raffinate edizioni Medhelan (2024). E proprio Medhelan ha rilanciato di questi tempi Venti, un altro vertice della scrittura di Perse (traduzione di Nicola Muschitiello, prefazione di Franco Marcoaldi, pagine 248, euro 20,00). Venti, come ogni poema di Perse, è difficile da riassumere. Il lettore deve lasciarsi prendere per mano. Tuffarsi nei vortici delle immagini e delle metafore. Il libro nacque negli anni dell’esilio americano, dopo un viaggio nel 1945 in Texas e in Arizona (il poeta vide il Grand Canyon, le gole del Colorado e «il maggior cratere creato sulla terra da un meteorite»). È una sorta di “biografia” del vento che accompagnò la scoperta degli Stati Uniti. Si narra del mito della frontiera, della sete di conoscenza, di terre vergini e sconfinate. E si racconta della figura del poeta, «uomo infestato dal sogno, uomo colpito dall’infezione divina», «abitato dal suo male… come colui che ha dormito nel letto d`una stigmatizzata, e ne è tutto marchiato…». L’incipit di Venti ha qualcosa di grande e primordiale. Potrebbe essere scritto all’alba dei tempi o in un futuro apocalittico da un nuovo Cormac McCarthy: «Grandi, grandi venti erano su tutte le facce di questo mondo, / Grandi, grandi venti giubilanti nel mondo, che non avevano limite di spazio o riposo…». Quando il libro uscì nel 1946 per Gallimard, Claudel parlò di un poema con un’ «ispirazione e un respiro cosmico». Pari entusiasmo ebbe il poeta svedese Ingemar Gustafsson, amico e traduttore di Perse, che scrisse: «È un poema cosmologico gigantesco, le cui evoluzioni si stendono a partire dai mondi gassosi dei tempi più remoti fino all’universo dell’epoca atomica in via di disintegrazione». Ancora, secondo Joëlle Gardes (1945-2017), direttrice dal 1990 al 2000 della Fondazione Saint-John Perse, Venti costituisce «una verace epopea della conoscenza umana sempre in marcia, a immagine del vento che non si placa se non per rilevarsi». Per prendere il polso alla scrittura di Perse, è utile mostrare un “assaggio” dei suoi “eroi” con il volto orientato all’Ovest verso il «rombare di acque nuove». Uomini – ricorda il poeta – che seppero “tener testa” al vento: «Cercatori di rotte e d`acque libere, apertori di piste verso l`Ovest, attraverso i canyon e le gole e i ghiaioni carichi d`anni – Chiosatori di privilegi e di bolle, Capitani di drappelli di pattugliamento e Legati temerari, che negoziavano a prezzo di spada gli alti passi non sottomessi, e quei giacimenti lontano di mari nuovi in pieno cielo, nella loro malta di pallida pietra, come una lattazione in sogno di grandi euforbie sotto la mola… E laggiù se ne andarono, al suono delle èlitre della terra, i grandi Itineranti del sogno e dell’azione…». Quando nel 1930 Ungaretti si accinse a tradurre Anabasi di Perse confessò: «È stata per me una vera fortuna incontrare questo libro… Un mondo m’è stato spalancato quando non arrivavo a trovare in me il minimo segno di chiarezza. Io vi incontravo a ogni passo stupori nuovi. È una consolazione potere consacrarsi a un tale lavoro». È la stessa sensazione che il lettore di oggi prova entrando nelle pagine di Venti, aiutato dalla magistrale e cristallina versione di Nicola Muschitiello.
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NOVITA’
Venti
Scritto nel 1945, durante il suo esilio negli Stati Uniti, Venti è uno straordinario, epico poema in prosa del premio Nobel per la letteratura Alexis Léger, meglio noto con lo pseudonimo di Saint-John Perse. Fra atmosfere primordiali, animate dalla potenza ancestrale della natura americana, Perse trascina e inebria in un caleidoscopio di immagini, pensieri, evocazioni. «Novello Robinson, – così Franco Marcoaldi nella prefazione alla presente edizione – l’esiliato, il ramingo, l’errante Perse si presenta ai nostri occhi come un prestidigitatore musicale, che fa del verso alessandrino il suo stigma, e di un pensiero analogico-simbolico affidato a un linguaggio opulento e strabordante il volano di uno stato di surrealtà che sola può rompere quella funerea abitudine che ci sotterra in una sequela continua di “momenti di non-essere”, per dirla con Virginia Woolf. Poeta della luce e di un ininterrotto “grido di gioia”, nella sua epopea sinfonica egli ci invita a sentire, prima ancora che a capire. Come si sente la musica, appunto: con l’orecchio, il cuore, l’immaginazione – musica che sola può riscattare la santa sacralità del vivente. Da sempre appassionato dell’arte di combinare suoni, Perse potrebbe a buon diritto sostenere che la sua poesia non è musicale, ma musica essa stessa e come tale va letta, ascoltata, delibata. Come “un sogno del reale” che affonda senza esitazione negli abissi più spaventosi della vita come nella sua perpetua e dolcissima rigenerazione». Storia di una nuova umanità che vorrebbe emergere dagli abissi della guerra, conflitto fra nuovi e antichi dèi, epopea delle umane contraddizioni, Venti è un capolavoro della poesia e un testo che non smette di emozionare e travolgere il lettore.
Traduzione di Nicola Muschitiello
Prefazione di Franco Marcoaldi
Pagine: 248
Recensioni:
Alias Il Manifesto – Pasquale Di Palmo