Parole-feticcio in balia di vento e pioggia

di Pasquale Di Palmo – “Alias” Il Manifesto – 8 Febbraio 2026

Dopo Segni d’amaro approdo, contenente la versione diAmers, edito nel 2024, le edizioni Medhelan danno alle stampe Venti (pp. 248, € 20,00) di Saint-John Perse, autore francese di origini guadalupesi, il cui vero nome era Alexis Léger, che si aggiudicò a sorpresa il Nobel ne11960. L’ottima curatela è sempre affidata a Nicola Muschitiello mentre l’introduzione è di Franco Marcoaldi, il quale mette in evidenza il pressoché unanime consenso esercitato nei confronti della sua opera da intellettuali del calibro di Benjamin, Rilke, Hofmannsthal, Ungaretti, Eliot, Gide, Larbaud, MacLeish, Claudel, Paulhan, Caillois, Auden. Venti è un poema composto nel 1945, in una piccola isola privata del Maine messa a disposizione del poeta da alcuni amici dopo l’opposizione manifestata al regime hitleriano che, durante Vichy, lo costrinse a interrompere la carriera diplomatica facendogli scegliere l’esilio americano, dove trovò sostegno nell’operato di vari sodali, tra cui il poeta Archibald MacLeish. Edito l’anno successivo in una tiratura di lusso da Gallimard, il libro non ebbe grande risonanza, con l’eccezione rappresentata da un lungo saggio di Paul Claudel, uscito integralmente sulla «Revue de Paris» soltanto nel 1949. In questo contributo, Claudel si chiede, affrontando una maniera di scrivere eccentrica e, al contempo, rigorosa, conciliante un’indubbia ricercatezza con gli strali di una violenza primigenia dagli effetti barbarici e prorompenti, se l’autore sia da considerarsi «un pagano o, piuttosto, un precristiano», ossia uomo d`altri tempi, nonostante la dedizione al modernismo. Ed effettivamente questo poema in cui tutto vige all’insegna di una sovrabbondanza semantica che aspira paradossalmente al vuoto, se non a una frugalità francescana, si configura alla stregua di una «Parola breve come scheggia d’osso». È significativo come, in forma simmetrica, dissimulando severe quanto inusuali partiture sinfoniche, le due sezioni estreme siano costituite di sette componimenti cadauna mentre le centrali risultino formate da sei testi (si pensi in ambito simbolico e alchemico all’importanza che rivestono queste due cifre, profondamente correlate tra loro). Come nei poemi precedenti, a cominciare da Anabasi (1924), l’elemento naturale, descritto a più riprese ricorrendo a termini tecnici recuperati da altre discipline (dalla botanica alla zoologia, dalla geologia all’araldica, finanche al diritto), diventa il fulcro da cui si dipartono svariate opzioni, improntate a combinare una marcata visionarietà con un innegabile esprit de géometrie. Il poeta stesso confessa che «il Narratore è uno sciamano», in grado di sposare «ogni collera della pietra e ogni disputa della fiamma». A tal riguardo precisa Henriette Levillain, autrice di vari studi, tra cui una fondamentale biografia edita da Fayard nel 2013: «Il Narratore di Venti parla del fu- turo dell’uomo con la sicurezza che gli dà il dono della divinazione». Il riferimento riguarda il particolare momento storico succeduto alla fine delle ostilità belliche e la scoperta che Perse effettua del lussureggiante paesaggio americano: «E tu, Poeta, contumace e quattro volte eretico, il volto ancora nel vento, contro le antifone dei tifoni». Pertanto l’opera di Saint-John Perse si manifesta all’insegna di un’ammirevole continuità stilistica e tematica, procedente a strappi; non per niente l’autore in Exil aveva parlato di «una sola e lunga frase senza cesura per sempre inintelligibile». La parola non solo non conosce alcun impedimento ma si fa essa stessa impedimento al male, trasfigurandosi nella «tenera pagina luminosa contro la notte segreta delle cose», stigmatizzando il concetto stesso di umanesimo. Visionarietà (si è detto) atta a modularsi con il respiro che regola flusso e riflusso delle maree. Non più «adoratori di serpenti e rabdomanti», ma vento che incede quale «Emissario di altre contrade». D’altronde il recupero degli elementi naturali, contaminato di volta in volta con occorrenze di carattere ontologico, rispondenti alla «piovra del sapere», connotava già titoli e atmosfere di raccolte come Pluies e Neiges, pubblicate rispettivamente nel `43 e nel `44. Christian Murciaux avverte come questi testi rappresentino «una sacra catasta sulla quale Saint-John Perse accumulava le spoglie della civiltà quali orpelli che mascherano un destino». Attratto come l’amato Conrad da viaggi e vagabondaggi, il poeta diffida di ogni forma di esotismo: né Loti né Segalen dunque, ma la dichiarata, infantile seduzione per carte nautiche e portolani, per fantasmagorici sillabari dove l’uomo «interpreta la nera foglia e le arborescenze del silenzio». Lo stesso curatore, nella prefazione a Segni d’amaro approdo, ricorda come Perse usi «termini specifici e rarissimi o etimologicamente significanti, certo, ma anche molti termini comuni che hanno accezioni differenti». Così, tale palingenesi, oscillante tra oscurità e trasparenza, réverie e gnosis, si delinea come un «grande albero della vita gremito d’oracoli», che dispensa frescura dalla «più alta fronte l di foglie e di fronde». Le sequenze si dipanano con l’apparente immediatezza di una scrittura stenografica: parole come banderuole in balia del vento, ma anche di neve, pioggia, siccità, uragani. Impalcature pericolanti equiparabili a esorcismi, invocazioni, sortilegi. Parole-feticcio, bande di geroglifici, spilli iridati di conoscenza e riconoscenza contro il male atavico del mondo. Il consolidamento di tali enumerazioni, di tali epifanie, dal sapore archetipico, farà dire a Caillois: «Ogni termine della serie prolunga quello che la precede con una leggera inflessione di senso». Non è un caso che André Rolland de Rennéville considerasse Venti un’emblematica testimonianza del Nuovo Mondo, contrapponendola ad Anabasi, «il più bel poema di attualità che possediamo» sull’Asia. Si dissolve la «notte lacerata di prodigi» per lasciare, ormai privi di ostacoli, «i grandi venti all’opera in mezzo a noi». Si rimanda allora a ciò che scrisse Giorgio Cittadini nell’introduzione ai Poemi provenzali (Crocetti, 2016) accennando alla frequenza con la quale si avvicendano metagrammi, allitterazioni e rime occasionali all’interno di un flusso linguistico che presenta i crismi di una colata lavica inarrestabile. Venti era già stato tradotto nel 1965 da Romeo Lucchese nel secondo volume delle Opere poetiche, edite da Lerici in tre tomi. Quasimodo, in tempi non sospetti, evidenziò come la resa in italiano di questo autore difficile non rendesse giustizia alla sua verve vacillante tra esiti affabulatòri e gusto per l’astrazione, oltretutto compromessa con il ricorso a vocaboli specialistici o gravati di significati che cambiano a seconda del contesto in cui sono inseriti. Si veda l`explicit del componimento inaugurale del primo canto: «Ha! très grand arbre du langage peuplé d`oracles, de maximes et murmurant murmure d`aveugle-né dans les quinqoncesdu savoir… », riportato da Lucchese in maniera fedele ma non troppo elegante, tesa a favorire forme mimetiche inevitabilmente destinate alla debacle: «Ah! grandissimo albero del linguaggio popolato d’oracoli, di massime e mormorante mormorio di cieco-nato nelle quinconce del sapere… ». Muschitiello opta per una soluzione più piana e misurata, meno aderente all’originale ma senza dubbio più icasticamente e melodicamente efficace: «Oh! grande, grande albero della lingua gremita d’oracoli, di massime sentenze, che mórmori un mùrmure di cieco dalla nascita nel verde scacchiere del sapere…». Marcoaldi giustamente asserisce che questa poetica, sulla falsariga di uno spartito musicale, «ci invita a sentire, prima ancora che a capire». Non sarà difficile assecondare un simile precetto, considerato che «quel paese di pietra e osso dove ho i miei titoli e i miei crediti» è un regno incantato agli occhi dei suoi privilegiati abitanti.


Venti

20,00 €

Scritto nel 1945, durante il suo esilio negli Stati Uniti, Venti è uno straordinario, epico poema in prosa del premio Nobel per la letteratura Alexis Léger, meglio noto con lo pseudonimo di Saint-John Perse. Fra atmosfere primordiali, animate dalla potenza ancestrale della natura americana, Perse trascina e inebria in un caleidoscopio di immagini, pensieri, evocazioni. «Novello Robinson, – così Franco Marcoaldi nella prefazione alla presente edizione – l’esiliato, il ramingo, l’errante Perse si presenta ai nostri occhi come un prestidigitatore musicale, che fa del verso alessandrino il suo stigma, e di un pensiero analogico-simbolico affidato a un linguaggio opulento e strabordante il volano di uno stato di surrealtà che sola può rompere quella funerea abitudine che ci sotterra in una sequela continua di “momenti di non-essere”, per dirla con Virginia Woolf. Poeta della luce e di un ininterrotto “grido di gioia”, nella sua epopea sinfonica egli ci invita a sentire, prima ancora che a capire. Come si sente la musica, appunto: con l’orecchio, il cuore, l’immaginazione – musica che sola può riscattare la santa sacralità del vivente. Da sempre appassionato dell’arte di combinare suoni, Perse potrebbe a buon diritto sostenere che la sua poesia non è musicale, ma musica essa stessa e come tale va letta, ascoltata, delibata. Come “un sogno del reale” che affonda senza esitazione negli abissi più spaventosi della vita come nella sua perpetua e dolcissima rigenerazione». Storia di una nuova umanità che vorrebbe emergere dagli abissi della guerra, conflitto fra nuovi e antichi dèi, epopea delle umane contraddizioni, Venti è un capolavoro della poesia e un testo che non smette di emozionare e travolgere il lettore.


Traduzione di Nicola Muschitiello
Prefazione di Franco Marcoaldi

Pagine: 248


Recensioni:

Avvenire – Alessandro Rivali

Alias Il Manifesto – Pasquale Di Palmo


 

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