Georgij Ivanov, illustri letterati nei ricordi di un falsario
di Paola Ferretti – Alias “Il Manifesto” – 25 Ottobre 2026
Per essere un libro di memorie sulla Russia lasciata alle spalle nel 1922, Gli inverni di Pietroburgo di Georgij Ivanov (a cura di Simone Guagnelli, Medhelan, pp. 492, € 26,00) si regge tanto deliberatamente sull’invenzione da generare l’impressione di un falso. E certo una fama non troppo lusinghiera di mestatore e falsario di ricordi l’autore se la era abbondantemente guadagnata, nel corso della vita, con strascichi che si erano prolungati ben oltre la sua scomparsa. Ci avverte il curatore che «il libro non domanda di essere creduto alla lettera. Chiede piuttosto di essere seguito nel movimento con cui una città, una generazione, una cultura perdute si trasformano in voce, nebbia, rovina e mito letterario», per confluire nella «condensazione impressionistica di un mondo scomparso».
Così la Pietroburgo artistica e letteraria degli anni Dieci e post-rivoluzione è ripensata dall’esilio, e raccontata non secondo la logica del rimpianto ma secondo quella della deformazione, cui presiede una forma di «memoria non riconciliata». La reminiscenza scivola in una retrospettiva improbabile, in cui la propensione alla sbavatura biliosa è troppo frequente e «costruita» per essere accidentale, e la capitale riesumata dal giovanissimo insider – intrufolatosi prima tra gli egofuturisti di Severjanin, poi tra i membri della Gilda dei poeti – si popola di cialtroni, dilettanti e spettri, in un quadro di sostanziale continuità tra il prima e il dopo rivoluzione che prevede i più repentini cambi di casacca, nel passare senza colpo ferire dall’accademia zarista a quella marxista (come nel caso dell’ex simbolista Brjusov, capace di«sfornare una moltitudine di versi che inneggiavano al proletariato e ai suoi capi»). Lo pseudo-memoir di Ivanov non ricompone il paesaggio umano della Pietroburgo di quegli anni, con tutti i suoi protagonisti e figuranti – lo polverizza in una parata di episodi grotteschi: la visione del cabaret Il Cane randagio all’alba, regno di ubriachi e aspiranti suicidi; un concerto di musica «extrauditiva»; lo sconclusionato banchetto offerto in omaggio all’ospite Verhaeren dai poeti russi; l’inverosimile pellegrinaggio notturno a Carskoe Selo in compagnia di Gumilev e Achmatova, in visita alla panchina-santuario in cui era solito sedere il Maestro Annenskij.
Il congegno narrativo non prevede pudori reverenziali (nonostante i personaggi nominati fossero quasi tutti più o meno tragicamente scomparsi già all’epoca della prima pubblicazione degli Inverni, nel 1928): impietose le descrizioni di Chlebnikov come insensato e delirante, di Gumilev codardo e infastidito dal successo di sua moglie Achmatova, mentre il ritratto della consorte sovrappone alle fascinose fattezze della debuttante del 1911 l’aspetto di stracciona con cui si sarebbe aggirata per la città nei primi Anni Venti, quando qualcuno per sbaglio le avrebbe allungato un copeco scambiandola per una mendicante. Ivanov imprigiona Mandel’štam in un corpo miserevole, ne fa il bozzetto di un uomo tremebondo («temeva la milizia più di ogni altra cosa»), in contrasto coi suoi versi audaci («delle sentinelle io non ho paura») e patetico («se si parla con lui per un’ora, è impossibile non offenderlo – proprio come è impossibile non farlo ridere»), catapultato «sul selciato pietroburghese direttamente da Marte».
Perfino Kuzmin, pure stimato dall’autore, diventa «usignolo svociato dell’estetismo pietroburghese», e viene biasimato per non avere avuto la «fermezza» necessaria a «diventare uno scrittore straordinario». Per non parlare di Blok, incapace di lavorare senza alcol, Esenin «genio popolare» posticcio, costruito a tavolino, lapti e fisarmonica compresi, Kljuev dagli occhi bistrati, Sologub «pietra» che «emana gelo». Guagnelli presenta la seconda edizione dell’opera, uscita a New York nel 1952 e articolata in diciotto capitoli; ma tutti i passi della prima edizione parigina del 1928 espunti o modificati rivivono nelle note, ripristinando così il disegno originario. Inoltre, come già sperimentato con il volume di Ivan Bunin Lika, proposto un anno fa sempre da Medhelan, la pubblicazione invita a ricomporre la duplice fisionomia di poeta e narratore dell’autore tradotto: le prose sono integrate da una antologia di versi, anche in questo caso affidati alle cure di Alessandro Niero.
Scelte nell’arco dell’intera produzione poetica ivanoviana, compresa in otto raccolte, le liriche inserite nel volume abbracciano gli anni che vanno dal 1912 al 1958, escludendo solo la fase estrema, rappresentata da quel sorprendente Diario post mortem che il curatore Niero aveva già dato alle stampe.
Ritroviamo qui la vena mordace delle prose, ma tutta ritorta contro se stesso, contro la propria ispirazione intermittente e inaffidabile, che si attarda in uno stato di deplorevole incompiutezza, perennemente sospesa a mezza via: «Un’immagine composta per metà;/ un sussurro non emesso fino in fondo;/ vita e stanchezza entrambe dimidiate:/ è questo tutto ciò che mi è rimasto». La dissipazione del talento poetico che – grande o piccolo che fosse non è facile stabilire – Ivanov aveva avuto in dono è una delle note predominanti: la consapevolezza di aver scialacquato «quell’aurea virtù» va di pari passo con lo sradicamento, fattosi via via più tangibile dopo l’allontanamento dalla Russia. Ricacciato sempre più ai margini dell’emigrazione russa a Parigi, il poeta abita un démi-monde sconsolato, stagliato di preferenza contro paesaggi lunari, un universo illividito e scialbo che fa perno sul tedio come motore creativo e sull’idea dell’incombente rovina di ogni cosa.
«Vertiginosamente annoiato» perfino da se stesso, Ivanov può solo limitarsi a trascrivere brandelli di quella musica difforme che crede di ascoltare a tratti, e che trapela attraverso la sua coscienza sedata («semplicemente io cloroformizzo/ con la poesia la mia coscienza»), tra mali del corpo e isolamento, guidato da un fiuto infallibile per lo squallore e la dissoluzione, mentre «l’isteria atomica» gli offre il destro per note drasticamente apocalittiche. Ad attorniarlo, le sembianze dei poeti che lo hanno preceduto: il Lermontov più solitario, il Puskin più insonne, il Kuzmin più oscuro. Ma anche Deržavin che si paragona a un verme, Fet o Blok. La poesia è per l’autore esercizio di massima precisione, esatto al millimetro, eppure nulla può contro l’assedio del vuoto, del gelo, dell’irragionevole («Brindiamo all’insensato! Ai fallimenti!»). Così, al di là delle diverse maniere e stratificazioni osservabili da un decennio all’altro nello sviluppo della lirica di Ivanov, il suo nucleo più genuino emerge forse proprio da questa consapevole collisione. Lasciando affiorare una sorta di apologia della «angoscia in qualsiasi stagione» – la stessa che nelle prose si camuffava da cinismo.
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NOVITA’
Gli inverni di Pietroburgo
«Diario» dei giorni della rivoluzione e della trasformazione radicale di una città, di un popolo, di una nazione, Gli inverni di Pietroburgo rappresentano un unicum nella letteratura dell’emigrazione russa. C’è sì il racconto delle atmosfere sospese, senza un domani, di una città brulicante di caratteri, ma c’è soprattutto la dimensione letteraria del poeta Georgij Ivanov, nel duplice aspetto della narrazione e della ricostruzione del milieu culturale di un mondo che crolla. Personaggi surreali, intervallati da auliche risonanze poetiche, miserie del quotidiano e dialoghi immaginari, si mescolano al ricordo, alla confidenza, al pettegolezzo malizioso. Così, ogni dettaglio contribuisce a ricreare un clima, una condizione spirituale che non è solo quella dello scrittore, ma la metamorfosi di una intera città, col suo passato letterario, antiche glorie e nuovi grigi orizzonti, divisi fra opportunismo e fanatismo politico. L’eco di una umanità instabile e provvisoria assume grazie alla prosa di Ivanov il carattere eterno della poesia, in un esperimento letterario antagonistico rispetto alle pompose esaltazioni rivoluzionarie. Si rivela così il genio del poeta che non rifugge dai gesti e dalle voci del quotidiano, ma le trasfigura, le fissa in ritratti di grande efficacia, vividi e velati di una tragica ironia che sfiora il ricordo di Gogol’ e alleggerisce la tragica grandezza dei personaggi di Dostoevskij. Sullo sfondo, una città velata dalla nebbia, un elemento ricorrente che «cancella le gerarchie tra vita e letteratura, documento e immaginazione, diventando la
sostanza stessa della città ricordata», come nota Simone Guagnelli, scrupoloso curatore della presente prima edizione italiana. Segue una antologia di 49 poesie di Ivanov, con testo originale a fronte, tradotte e curate da Alessandro Niero, testimonianza straordinaria dell’evoluzione stilistica ed espressiva di un autore fondamentale del Novecento russo.
Prefazione di Simone Guagnelli
Seguito da 49 poesie con testo russo a fronte tradotte da Alessandro Niero
Pagine: 562
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