“Non è una tragedia il dolore”
di Eleni Molos – L’Indice – 1 Luglio 2026
In un’intervista rilasciata al quotidiano “Ta Nea” per i suoi novant’anni, nel 1987, Maria lordanidou confessa: “Ho scritto soltanto per ricordare i vecchi tempi, non per diventare scrittrice”. Con il fedele komboloi in mano, come ogni greco della sua generazione, si stringe nelle spalle: “Me ne sto qui, seduta in poltrona, e penso. Ci sono momenti in cui mi sento come un palombaro sul fondo del mare. Intorno a me nuotano dei pesciolini. Ognuno di quelli che `afferro` rappresenta un’epoca della mia vita. E io la ricordo”. Così sono nate tutte le opere di questa scrittrice che ha esordito a sessantacinque anni, e che si schermiva dicendo che i libri non erano certo la cosa più importante della sua vita avventurosa. A partire dal fortunatissimo Loxandra del 1963, a Vacanze nel Caucaso del 1965, i suoi romanzi sono tutti autobiografici, ma se la vita le ha dato molti ricordi straordinari a cui attingere, è la sua scrittura a renderli memorabili. Vacanze nel Caucaso ripercorre le disavventure di Anna (la stessa Maria), che a quattordici anni lascia Costantinopoli per una vacanza presso gli zii e si trova bloccata in Russia dalla Grande guerra, poi dalla rivoluzione, poi ancora dalla guerra civile. Una vera e propria odissea rammemorata, in cui il tempo e lo spazio si dilatano e si contraggono nella misura del ricordo: la durata dell’assenza di Anna, così smisurata per una vita, e che subisce i tempi della Storia, a noi arriva riproporzionata dalla memoria di Maria, dalla rilevanza tutta esistenziale di piccole vicende. Cinque lunghi anni dura la promessa “vacanza” a Stavropol` a cui la zia Claude l’aveva invitata proprio per toglierla di mezzo, visto che lo zio la manteneva agli studi. La zia, “una donna dall’ombra pesante”, aleggia minacciosa su tutte le disavventure di Anna, fino a proiettarsi sulle tragedie della Storia: “Le catene di ferro che forgiò Efesto per il Prometeo incatenato erano un giochetto rispetto alla stretta di ferro che serrava e tratteneva Anna prigioniera nel cuore del Caucaso settentrionale. Tanto che Anna cominciava a sospettare che tutti questi` accadimenti avvenissero per causa sua. Sembrava che il destino non volesse rovinare il capriccio della zia Claude”. La miseria che devasta la provincia russa, i drappelli di disperati che arrivano a Stavropol` a successive ondate, i soldati mutilati, sfigurati da malattie e fame costellano tutto il testo, a partire dalle stazioni ferroviarie precipitate nel caos dei primi capitoli. lordanidou non risparmia al lettore i venti gelidi della devastazione: “Gli antichi sepolti – i nuovi insepolti. È stato un bene che ora sia caduta la neve a coprirli e a impietrirli gli uni riversi a terra e gli altri col volto al cielo accanto ai loro cavalli. Il mondo è stracolmo di morti e quando fa buio le loro ombre si moltiplicano”. Ma più forte di ogni sofferenza e violenza sono l’amore e l’ironia: l’amore per la Poli, Costantinopoli, a cui Anna-Maria tiene sempre orientati i pensieri, e l’ironia di Maria scrittrice, che tutto filtra attraverso questa lente acutissima. Più volte ritornano due versi di una canzoncina amarissima di inizio secolo, Un, due! Non è una tragedia il dolore – il piccai canarino cinguetta in afflizione. Tutto si sopporta, armati di pazienza, ironia e di quel tanto di furbizia che non manca né ai greci né ai russi. Sono gustosissime le pagine che Iordanidou dedica alle usanze di Stavropol`, viste con gli occhi della giovane Anna e della donna che la ospita e la salva, Madame Foureaux, anch’essa integratasi per forza di cose e attenta a restare a galla tra i marosi della storia (“io sono una seguace di Lenin. Solo su un punto non sono d’accordo con lui. Sulla questione della proprietà privata”). Gli inverni passano a dare lezioni di inglese e a tenersi al caldo vicino al samovar, attorno a cui “tutti sono turbati dai grandi problemi della vita e della morte. E allora che comincia la ricerca dell’anima umana e non puoi osar dire `verza sottaceto` senza che comincino immediatamente a scrutarti. Perché dici `verza` e perché precisamente `sottaceto`? E se quello che hai detto è una manifestazione del tuo mondo interiore, e qual è il tuo mondo interiore. Il tuo vero io. L’hai indagato, l’hai scoperto? Sei una persona integra?”. E se troppo tè finisce per acuire la nostalgia e provocare stipsi, come afferma Madame Foureaux, c’è un altro rimedio ai dolori della malasorte: “Quando bestemmi in russo la tua anima prova refrigerio. E una catarsi l’imprecazione russa e una terapia per i complessati. Con due parole bestemmi antenati e discendenti fino alla settima generazione. Con quattro parole puoi minacciare un uomo di rivoltarlo come un calzino, tirandogli il muso fino a strofinarglielo sul didietro. E tutto ciò accade senza urla e gesti. Tranquillamente, placidamente, sine ira ac studio”. Bisogna raccontare piangendo e ridendo, ma soprattutto ridendo: così, a novant’anni, Maria Iordanidou aspettava la morte, che sarebbe arrivata due anni dopo. Davvero per lei vale l’espressione “sazia di giorni”: “La vera tragedia è quando si vive troppo a lungo, aspettando che arrivi il treno a prenderti. Quando arriverà il mio treno, salirò a bordo. Nient’altro!”.
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NOVITA’
Vacanze nel Caucaso
Estate 1914. Anna, giovane liceale greca di Costantinopoli, riceve dallo zio materno che vive in Russia un invito a trascorrere qualche settimana nel Caucaso. Partirà dopo poco a bordo del piroscafo Sicilia del Lloyd Triestino, attraverserà il Bosforo alla volta del Mar Nero e della Georgia, ma potrà fare ritorno a Costantinopoli solo dopo cinque lunghissimi anni. Scoppia intanto la Prima guerra mondiale, poi la Rivoluzione d’ottobre, e infine la guerra tra bianchi e rossi. Anna, da adolescente allieva del Collegio americano, si ritrova ad insegnare inglese in una cittadina della provincia russa, Stavropol’, dove imparerà a fronteggiare le progressive difficoltà del quotidiano. Le vicende autobiografiche di Maria Iordanidou, il cui esordio letterario avvenne a sessantasei anni compiuti, con il grande successo Loxandra (1963), rivivono in Vacanze nel Caucaso con tutta l’autenticità, l’immediatezza e l’autoironia che hanno sedotto centinaia di migliaia di lettori in Grecia e all’estero. «Ero una ragazzina allora e mi trovavo in Russia quando cominciarono le ristrettezze. Quelli erano gli anni più belli della mia vita, l’età della prima giovinezza. E cosa non desideravo! Pure, mancava tutto, tutto era carissimo. Così, dopo attenta considerazione, anch’io cominciai a servirmi da sola, come facevano tutti gli altri attorno a me. E più tardi, quasi per tutta la mia vita, dato che la gran parte di essa è trascorsa in mezzo a guerre e rivoluzioni, quando non potevo ottenere altrimenti quello che volevo, me lo facevo da sola. Persino i libri, in vecchiaia, me li sono scritti per me stessa, perché volevo leggere qualcosa del tempo andato e non riuscivo a trovare quel che desideravo». Con una scrittura vivida e immediata, Maria Iordanidou racconta eventi cruciali del Novecento attraverso scene familiari e immagini del quotidiano, immergendo il lettore nello sguardo incantato e tenace di Anna alla scoperta di una Russia dissimile dagli stereotipi, dove il tempo si dilata, i destini mutano in un istante e l’immancabile samovar è sempre pronto per il tè.
Traduzione di Francesco Colafemmina
Prefazione di Cristiano Luciani
Pagine: 208
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