Edizioni Medhelan

Nadežda Mandel’štam: questa contrada nell’acqua buia

di Marco Ercolani – Doppiozero – 1 Febbraio 2023

L’epoca e i lupi (1971) e Le mie memorie (1972), di Nadežda Jakovlevna Mandel’štam, erano opere già note al lettore italiano. Nel 1972, in collaborazione con Nadežda, Serena Vitale pubblica proprio una selezione delle sue “Memorie” per l’editore Garzanti con il titolo: Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie. Con poesie e altri scritti di Osip Mandel’štam. Nella breve premessa a quell’antico libro Vitale osserva come sia necessario “rendere giustizia a un grande poeta, umiliato in vita da persecuzioni ottusamente crudeli e, dopo la morte, da un silenzio reticente e colpevole o, al contrario, da un clamore sommariamente scandalistico” (MV, p. 5). Già allora, per la critica e saggista, sembrava necessario rendere giustizia alla parabola della vita “offesa” del poeta russo, storia fitta di contraddizioni, dolori, viltà, silenzi; insomma, occorreva definire nella giusta misura un destino tragico.

Nel 2022, a distanza di 50 anni, le Edizioni Settecolori ripropongono, con lo stesso intento, il primo volume della versione integrale delle “Memorie” di Nadežda (in originale Vospominanija) con il titolo Speranza contro speranza, Memorie 1 (traduzione e note di Giorgio Kraiski, introduzione di Seamus Heaney, postfazione di Clarence Brown). Il libro, di oltre 600 pagine, è tradotto dall’originale nel 1970 e pubblicato due anni dopo dalle edizioni newyorchesi Atheneum con il titolo Hope against hope. A Memoir. Il secondo volume delle Memorie, con il titolo Speranza abbandonata, è annunciato dalle Edizioni Settecolori nel 2023.

La prosa esatta e puntigliosa di Nadežda non trascura il minimo dettaglio. La vedova del poeta rivede la propria vita e quella di Osip con la telecamera attenta del suo occhio, che mentre descrive giudica. Così racconta l’arresto di Osip, nel maggio del 1934, mentre Anna Achmatova era loro ospite; l’inizio della realtà atroce a cui sarà destinato il poeta: «Arrivò la mattina del 14 maggio. Tutti gli ospiti, invitati o no, se ne andarono. I non invitati portarono via il padrone di casa. Restammo a guardarci in faccia, Anna Andreevna e io, sole nell’appartamento vuoto che conservava tutti i segnali della baraonda notturna. Mi sembra che stessimo l’una di fronte all’altra, in silenzio. In ogni modo non andammo a letto e l’idea di farci il tè non ci passò neanche per la testa. Aspettavamo il momento in cui saremmo potute uscire di casa senza dare nell’occhio. Perché? Dove? Da chi? La vita continuava… Probabilmente somigliavamo a due annegate. Dio mi perdoni questa reminiscenza letteraria: allora, non pensavamo certo alla letteratura» (SCS p. 40-41)

Nadežda ripercorre la sua vita con Osip come se, ricordando, la rivivesse minuto per minuto e la ricostruisse con amorevole e minuziosa pazienza, raccontando “in presa diretta” anche le stesure delle singole poesie: c’è da pensare che, per lei, la scrittura delle Memorie sia stata la resurrezione delle loro vite prima che fossero cancellate dalla repressione staliniana, il tentativo di rifondare una immortalità comune non nel tragico passato ma nel presente raccontato, che ancora genera vita e che nessuno potrà più offendere, strappare, ridurre al silenzio, cancellare. «Una poesia del Secondo Quaderno di Voronež, Questa contrada nell’acqua buia, nacque lentamente e faticosamente con un lavoro che durò molti giorni di seguito. Osip si lamentava: un che di quasi percettibile e di molto importante non voleva saperne di nascere.

Maturava così l’ultima strofa e fu l’ultima a nascere, cosa che non sempre avviene. Mandel’štam stava davanti al tavolo, voltandomi le spalle, mentre scriveva. “Vieni qui, vieni a vedere”. Mi rallegrai che l’Acqua buia fosse finita: avremmo potuto andare a passeggio. Mi era venuta a noia, quell’acqua, come la mappa di compensato della ragione di Voronež appesa alla parete del centralino telefonico, sulla quale si accendevano delle lampadine indicando le località con cui ci si poteva collegare. Ma rimasi delusa: sul foglietto tesomi lessi: “Sulla neve i segni di un convoglio ormai lontano”. “Aspetta, non è ancora tutto!” disse Osip e scrisse: “Sento l’inverno come un dono tardivo”» (SCS, pp. 325).

Da queste pagine emerge qualcosa che oggi comprendiamo a stento: l’eccezionalità della creazione di un verso, la sua fondamentale e definitiva importanza nel giorno della storia di un uomo. Dalle Memorie di Nadežda (in russo il nome Nadežda significa “speranza”) emerge non solo la magia potente della parola di Osip ma il suo peso sostanziale, la certezza che scrivere ogni verso di ogni poesia fosse questione di vita o di morte, creazione di un’architettura che rimanda, tra illuminazioni e dolori, alle forme classiche vissute nel Secolo diciannovesimo. «Mandel’štam non ripudiò mai l’umanesimo e i suoi valorima anch’egli dovette percorrere un lungo cammino per poter definire il Diciannovesimo come il secolo d’oro.

Come tutti i suoi contemporanei, fu costretto a rivedere il retaggio lasciatogli da questo secolo e gli chiese conto di molte cose. Penso che nel processo di formazione delle idee di Mandel’štam una parte enorme l’abbia avuta l’esperienza personale – un’esperienza, quella di un artista, che determina la concezione del mondo tanto quanto l’esperienza mistica. Perciò anche nell’ambito della vita sociale egli cercava l’armonia e la corrispondenza fra le varie parti nella loro subordinazione al tutto. Non per niente intendeva la cultura come un’idea che impone un suo ordine e una sua architettura al processo storico. Egli parlava di architettura della personalità e di architettura delle forme giuridico-sociali ed economiche. Respingeva il Secolo Diciannovesimo per la miseria della sua architettura sociale, e di questo ha parlato nei suoi articoli» (SCS, pp. 419–20).

Nadežda scrive delle memorie che ripudiano qualsiasi vaghezza sentimentale e oppongono all’evocatività del ricordo la capillare esattezza della testimonianza. Ci mostra la vita degli scrittori russi, tutti gli scrittori non allineati al regime negli anni Trenta, anche con una sola frase. Parlando delle case in cui vivevano e delle continue irruzioni poliziesche scrive: «Entravano nelle nostre povere case divenute silenziose come se irrompessero in covi di banditi, bische o laboratori segreti, pieni di cospiratori mascherati, intenti a preparare cariche di dinamite e pronti a resistere con le armi in pugno» (SCS, po. 33). Nello stesso tempo Nadežda denuncia l’immaturità di una generazione che credeva ancora in valori condivisi e il cui consenso a una società postrivoluzionaria è presto diventato supino asservimento a nuove regole di potere.

Chi lottava contro quelle regole anche solo restando in silenzio diventava traditore del popolo ed era brutalmente spazzato via dall’arresto, dalla deportazione, dalla morte. «Ciechi come eravamo, abbiamo combattuto per l’unanimità delle idee, perché in ogni dissenso, in ogni posizione contraria, sentivamo di nuovo puzza di anarchia e possibile caos. Noi stessi, con il nostro silenzio o con l’approvazione esplicita, abbiamo aiutato un potere forte a diventare sempre più forte e a difendersi dai denigratori: da una guardarobiera, da un poeta o da un chiacchierone. Vivevamo così, coltivando la nostra immaturità… Siamo diventati esseri incompleti e irresponsabili. Ci salvano soltanto i miracoli» (SCS, p. 173).

Nadezda sottolinea la sostanziale differenza fra il pensiero, ardente e tormentoso, di Mandel’štam e quello, formale e sibillino, di Pasternàk: «Nel romanzo di Pasternàk appare l’immagine di un “appartamento” o, a dir meglio, di una scrivania che permette a un individuo pensante di lavorare. Pasternàk non poteva fare a meno del tavolo: era un uomo fatto per scrivere. Mandel’štam componeva versi camminando, e poi si sedeva qualche istante a buttarli giù. Osip e Pasternàk si trovavano agli antipodi persino nel modo di lavorare e difficilmente Mandel’štam avrebbe difeso il suo diritto al possesso di una scrivania quando l’illegalità più completa colpiva tutto un popolo» (SCS. p.254). Appare evidente come Nadežda consideri l’imperturbabile autore del Dottor Zivago un taciturno, ambiguo nemico, a cui manca il coraggio di mettere in gioco la propria vita: cosa che Osip, con la sua poesia, osa a ogni verso scritto.

Il musicale ed enigmatico Pasternàk non avrebbe mai osato pensare un “epigramma a Stalin” come quello che Osip scrisse realmente, sigillando con le proprie parole una condanna a morte già decretata dal “secolo-lupo” che lo avrebbe escluso dal mondo dei vivi. «Viviamo senza fiutare il paese sotto di noi, / i nostri discorsi non si sentono a dieci passi / e dove c’è spazio per un mezzo discorso / là ricordano il montanaro caucasico. / Le sue dita tozze sono grasse come vermi / e le parole, del peso di un pud, sono veritiere, / ridono i baffetti da scarafaggio / e brillano i suoi gambali. / E intorno a lui una marmaglia di capetti dal collo sottile, / si diletta dei servigi di mezzi uomini, / chi fischia, chi miagola, chi frigna / appena apre bocca e alza un dito…». Il “crinale” che la vedova di Osip esplora con le sue parole che nulla omettono è il crinale di un abisso destinato a risucchiare gli artisti che non hanno saputo proteggere se stessi da un potere di smisurata e infelice crudeltà, e hanno preferito rinunciare a una protezione sicura, un “posto accanto alle colonne”.

Nel suo saggio su Amleto Pasternàk osserva che la tragedia di Amleto non consiste tanto nell’esitazione della volontà quanto nel non saper godere, compiuta la vendetta filiale, della legittima eredità: insomma, Amleto ha il torto di non usufruire del diritto che gli spetta, fosse una cedola che gli garantisca “un posto accanto alle colonne”. Il nomade Mandel’štam non avrebbe neppure tollerato per un attimo di vivere in funzione di un possesso o di un potere. «Tutto preannunciava una rapida fine e Mandel’štam cercava di utilizzare al massimo i suoi ultimi giorni. Era ossessionato dall’idea che bisognava fare in fretta per non lasciarsi interrompere da chi gli avrebbe impedito di dire fino in fondo qualcosa di importante. Talvolta lo scongiuravo di prendersi un po’ di riposo, di fare una passeggiata, di dormire, ma mi rispondeva con gesti di stizza: impossibile, il tempo era troppo scarso, bisognava sbrigarsi. I versi fluivano a torrenti, uno dopo l’altro. Si trovavano contemporaneamente in cantiere parecchie poesie. Spesso Mandel’štam mi pregava di scrivere mentre lui mi dettava: era la prima stesura di due o tre poesie insieme, già portate a termine nella mente. Non riuscivo a fermarlo. “Cerca di capire… Dopo non ne avrò più il tempo”» (SCS, p. 301).

Ma Osip non smetterà mai di cercare, poesia dopo poesia, un “frammento unitario di armonia”, pur sprofondando nel suo inferno privato e pubblico di poeta perseguitato. Scrive Seamus Haney nella prefazione alle Memorie di Nadežda: «In una delle sue espressioni più memorabili, Nadežda definisce il lavoro di suo marito su una poesia come uno scavare alla ricerca di un “frammento unitario di armonia” e nello stesso capitolo osserva che “nel processo di composizione dei versi c’è qualcosa di simile al rammentare cose che non sono ancora mai state dette”.

In questi anni tormentati era come se Mandel’štam avesse smarrito quel frammento unitario, e non potesse pronunciare le parole perdute» (SCS, 23). La desiderata “armonia” era la perfezione della scrittura, a cui il poeta non poteva abdicare, benché le atroci condizioni di vita la rendessero pressoché impossibile: «Per l’artista la visione del mondo è un’arma e uno strumento, come il martello nelle mani del muratore; l’unica realtà è l’opera stessa” (Il mattino dell’acmeismo). Una minima parte dei versi e della prosa di Mandel’štam è andata perduta, mentre la maggior parte si è conservata. È la storia della mia lotta contro gli elementi scatenati, contro ciò che ha sfiorato con mano perfida me e i poveri brandelli di carta che dovevo custodire» (SCS, p. 438).

La storia di un libro come Speranza contro speranza è la storia di un amore vissuto oltre i confini della vita terrena, ma anche qualcosa di più determinato, di più potente e consapevole. Scrive ancora Heaney: «Anche la consapevolezza di Nadežda era assoluta, ma veniva sopportata alla luce di una coscienza sana. Improvvisamente divenne una guerrigliera dell’immaginazione votata alla causa della poesia, alla conservazione dell’opera di suo marito, e in particolare dei suoi manoscritti.

Alcune parole della condanna commutata che intendeva “isolare” e “proteggere” il poeta potrebbero applicarsi anche al compito che Nadežda si assegnò istintivamente e religiosamente – la parola non è troppo forte, dal momento in cui la polizia segreta penetrò nel loro appartamento. Da allora in avanti, fu come un prete perseguitato all’epoca dei campi di prigionia spostandosi rischiosamente insieme all’altare della fede proibita, sistemando i manoscritti al sicuro presso i segreti adepti. E, inevitabilmente, essendosi consacrata custode era destinata a diventare testimone» (SCS, p. 11)

Scorrere le Memorie di Nadežda, pagina dopo pagina, mai incorrendo in divagazioni sentimentali o patetiche, significa vedere la domanda che i poeti russi, allora, si facevano tutti i giorni, con rassegnata disperazione: «Che ne sarà di noi domani?». Nadežda descrive questa domanda come una cronachista mai arresa alla violenta e crudele scomparsa di una intera generazione di poeti. Scrive, allora e per sempre, Osip: «Non mettetemi, non mettete / l’acre-tenero alloro sulle tempie, / piuttosto stracciatemi il cuore / in brandelli di suono azzurro. // Perché quando, finita la mia parte, morrò, / amico in vita di tutti i viventi, / risuoni più largo e più alto il richiamo / del cielo nell’arco del mio petto. 9-19 marzo 1937. Voronež» (PM, p. 175).

Il lavoro “dolcesonoro” del poeta sulla lingua, il suo faticare sulle singole strofe, convince la moglie Nadežda che la poesia non è affatto il prodigio improvviso nel quale ingenuamente credeva ma il frutto di una battaglia ostinata, verso dopo verso, ai limiti del possibile, che sradica la lingua quotidiana e ne fa pietra nuova, estranea agli altri sassi, splendida meteora: kamen’ (pietra, in russo), per sempre. Scrive, a postfazione delle Memorie, Clarence Brown: «Se l’autrice di questo libro non avesse vissuto e fosse stata meno coraggiosa, intelligente e amorevole di come è, Mandel’štam sarebbe certamente morto parecchi anni prima, e la sua opera, quel gran corpus nascosto di poesia e prosa mai dato alle stampe, sarebbe stata sicuramente distrutta. Oltre a tutto il resto, questo splendido libro racconta come mai non accaddero tali cose, e ciò è sufficiente» (SCS, 633).


Speranza contro speranza – Memorie

28,00 

Nadežda, in russo, vuol dire speranza, e mai come nelle Memorie di Nadežda Mandel’štam, sperare, nonostante tutto e contro tutto e tutti, è stato un imperativo e un insegnamento. Uscite per la prima volta clandestinamente dall’Urss negli anni Sessanta, e subito tradotte negli Stati Uniti, le Memorie della Mandel’štam, ora pubblicate in Italia per la…

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